Così parlò Zarathustra è un’opera di Nietzsche scritta tra il 1883 e il 1885, in cui il filosofo esprime la sua idea di superuomo come creatore di nuovi valori, e la concezione ciclica del tempo che è un eterno ritorno. Zarathustra è un profeta che ha vissuto in solitudine molti anni della sua esistenza, trascorrendo le sue giornate tra i monti. Decide di scendere a valle e di visitare la città. Ma resterà deluso dallo scalpore e dall’ipocrisia dei cittadini. Soprattutto, gli sarà estremamente difficile avere a che fare con la folla, curiosa e chiacchierona, ma anche incapace di stabilire relazioni di vero spessore umano. «Qui c’è la grande città: qui non hai nulla da cercare e tutto da perdere. Perché vuoi guardare questo fango? Abbi compassione per i tuoi piedi! Sputa piuttosto sulla porta della città e torna indietro! Questo è l’inferno per i pensieri solitari: qui i grandi pensieri vengono lessi vivi e cotti a pezzettini. Qui tutti i grandi sentimenti marciscono: qui possono fare rumore solo pensieri da poco, magri come un chiodo! Non senti già l’odore e dei macelli e delle trattorie dello spirito? Questa città non esala il miasma dello spirito macellato? Non vedi le anime pendere come stracci flosci e sporchi? E di quegli stracci ne fanno persino giornali! Non odi che lo spirito qui è diventato un gioco di parole? Vomita una ributtante sciacquatura di parole! Ed essi da questa sciacquatura di parole ne fanno persino giornali. Si incalzano a vicenda senza sapere verso dove muoversi. Si scaldano a vicenda senza sapere perché. Fanno un gran rumore con la loro latta, fanno risuonare il loro oro. Sono freddi e cercano calore nell’acquavite; sono accaldati e cercano refrigerio presso spiriti raggelati; sono tutti malati e intossicati di pubblica opinione. Tutti i piaceri e i vizi sono di casa qui; ma qui ci sono anche dei virtuosi, e c’è molta volenterosa virtù applicata: molta volenterosa virtù delle dita per scrivere e il sedere indurito dalla posizione presa nelle lunghe attese, benedetta da piccole croci sul petto e figlie imbottite e senza didietro. Qui c’è anche molta devozione e molta bassa ruffianeria credulona e adulazione dinanzi al dio degli eserciti. “Dall’alto” piovono le croci e la benigna saliva; verso l’alto aspira ogni petto senza croci. La luna ha la sua corte e la corte ha i suoi lunatici: tuttavia la folla di mendicanti, tutta la mendicante e volenterosa virtù prega tutto ciò che arriva dalla corte. “Io servo, tu servi, noi serviamo” così recita tutta l’abile servitù pregando il principe: che la meritata croce si appunti finalmente all’esile petto! Ma la luna ruota ancora attorno a tutto ciò che è terrestre; e così anche il principe ruota attorno a tutto ciò che c’è di più terrestre: l’oro dei mercanti. Il dio degli eserciti non è il dio dei lingotti d’oro; il principe propone, ma il mercante dispone! Per tutto ciò che in te è luminoso, e forte e buono, o Zarathustra! Sputa su questa città di mercanti e torna indietro! Qui tutto il sangue scorre marcio e tiepido e schiumoso in tutte le vene: sputa sulla grande città che è la grande fogna ove, riunita, tutta la feccia schiumeggia! Sputa sulla città delle anime schiacciate e degli esili petti, degli occhi aguzzi, delle dita appiccicose; sulla città degli invadenti, degli svergognati, degli scribacchini e degli strilloni, degli ambiziosi smaniosi: dove tutto il putrido, il fetido, l’osceno, l’oscuro, il frollo, l’ulceroso, il cospiratorio è venuto a marcire insieme. Sputa sulla grande città e torna indietro! ». Queste le parole che rivolge a Zarathustra il folle della città, descrivendo, con un linguaggio ancora assai attuale, il disagio della metropoli di tutti i tempi, rea di aver smarrito il piacere della riflessione, mescolando confusamente idee e opinioni in una sola ideologia dominante, buona per tutti, e perciò omologata ed omologante, spacciata come cultura di massa perché effettivamente vuota di contenuti originali e del tutto priva di critica lungimiranza. Zarathustra si deciderà così a ritornare sui monti, in solitudine, per pensare a rendere più forte quello spirito, ancora incapace di piegare gli animi dei cittadini alla sua volontà, perché ammalato e debole. Gli elementi di riflessione ruotano attorno alla necessità, per l’uomo, di farsi creatore di nuovi valori per una nuova morale. Ma i creatori sono spiriti liberi e forti, duri, che non si lasciano piegare da nulla, altrimenti si arrenderebbero al conformismo dei più. L’oltreuomo, il superuomo, è perciò questo ultimo uomo della creazione, che accetta l’evento della morte di Dio con la sua ineluttabilità, ma che non si arrende, e si risolve per un’altra morale, quella del signore, la morale aristocratica. La distruzione della metafisica passa anche attraverso una rinnovata filosofia della storia che, in Nietzsche, viene letta come un percorso circolare e ciclico, come già sosteneva Vico, che sottrae il tempo alla sua evoluzione lineare. La storia, così, non è più un progressivo dipanarsi di accadimenti che trovano una loro collocazione temporale tra il prima e il dopo Cristo, tipico della lettura cattolica. Il tempo è un circolo, che il nostro filosofo rappresenta bene attraverso la metafora del serpente che si morde la coda, al quale il superuomo stacca la testa, per spezzare il cerchio dell’eterno ritorno del sempre uguale. Ovviamente, in questa concezione del tempo, non vi è alcuna implicita speranza di reale progresso. La storia non rappresenta la vittoria dell’uomo sul tempo, mentre piuttosto ne sancisce la sconfitta. Anche per questo è necessario che l’uomo venga superato dall’oltreuomo, che si faccia creatore di nuovi valori. Perché tutto ciò che abbiamo, nel presente, è solo l’assenza di punti di riferimento, il nichilismo, e la morte. L’opera di Nietzsche è un’icona della modernità, e significa il profondo smarrimento dell’uomo di fronte alla presa d’atto dell’essere un soggetto responsabile di sé, primo protagonista degli eventi della storia. Ma vuole anche esplicare ancora, se mai ce ne fosse ulteriormente bisogno, il senso allegorico delle religioni, a cominciare da quella cristiano-cattolica che, come per Marx e Feuerbach, non è altro che un aggiuntivo strumento di alienazione dell’uomo da se stesso, dai suoi limiti e dalle sue imperfezioni. L’assenza di Dio fa tremare le vene e i polsi, perché è il venire meno di ogni residuo punto fermo, e vuol dire l’annullamento di tutte le certezze. Dunque all’uomo non restano che due possibilità: abbandonarsi alla disperazione del nichilismo, o cominciare a credere in se stesso, facendosi creatore di nuovi valori per una nuova morale. La morale della vita, del restare fedeli alla terra, della salute, della bellezza, della forza. La morale dei dispregiatori dei deboli che porgono l’altra guancia, rifiutandosi di lottare, e di combattere il nemico ad armi pari. «L’uomo è un fiume ben sporco. Bisogna essere un mare per poter accogliere un fiume sporco senza divenire impuri. Vedete, vi insegno il superuomo che è il mare in cui può inabissarsi il vostro grande disprezzo ». E ancora «L’uomo è una corda legata tra animale e superuomo, una corda tesa su un abisso ». Così Nietzsche descrive l’essere umano, come un ponte, un passaggio, un tramonto, come qualcosa che deve essere superato. I suoi simboli sono l’aquila e il serpente, per la fierezza e l’astuzia, virtù che dovrebbero tutti possedere e coltivare.
1) F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Giunti Editore S.P.A., Milano 2006, pag 207-209.
Articolo pubblicato sulla rivista bimestrale Pianeta Cultura, anno IV, numero 1, Febbraio 2011, pag. 14