Il filosofo e la città

 
Da questo primo numero di Settembre ho ricominciato a scrivere sul settimanale Foggia&Foggia per la mia vecchia rubrica di filosofia, che ora si intitola Il filosofo e la città. Questo è il mio primo articolo di una lunga serie, spero, che potrete leggere e commentare online o su cartaceo (ogni venerdì). Auguri al nuovo giovanissimo Direttore Christian Danza.

LA RIFLESSIONE - L’elogio della pazzia e la civiltà dell’Amore

 
 
Abbiamo perso il coraggio di amare: questo l’ abisso dell’Occidente. Erasmo da Rotterdam, un filosofo del passato sostenitore del libero arbitrio dell’uomo, scrive nel 1509 un’opera intitolata “L’elogio della pazzia”, nella quale esalta la follia e tutte le sue più evidenti manifestazioni. Egli intende spezzare le catene del pensiero logico e sequenziale che avevano, secondo lui, imbrigliato l’uomo fino ad allora. E mostrare come la razionalità umana fosse tutt’altro dall’essere la mera ragionevolezza prudente e sapiente che avevano insegnato i filosofi e i logici del medioevo. E che esiste una ragione profonda anche nell’espressione del pensiero che fa riferimento all’emozione e al sentimento dell’uomo, essendo l’emotività un aspetto vero e reale della razionalità. Quanto più evade dalla consueta aspettativa, quanto più diverge dal comune modo di intendere e sentire, tanto maggiormente il novello prototipo del “pensare” diventa sintomo di un nuovo uomo e di una nuova epoca. La forma del rinnovamento filosofico si manifesta ad Erasmo sotto le sembianze della follia. Della quale un sintomo evidente è l’Amore per se stessi e per gli altri. E Cristo e i Santi sono per l’appunto folli in senso proprio, in virtù della loro straordinaria capacità di amare oltre ogni limite, fino a dare la propria vita persino per quelli che li hanno traditi o rinnegati. L’Amore in effetti, è un sentimento che non ha nulla di razionale, fondato sul sacrificio personale e sulla totale devozione e dedizione all’altro senza pretendere o chiedere nulla in cambio. Ci vuole coraggio per amare. Si direbbe oggi, l’Amore è sintomo di ingenuità. Solo i pazzi e gli ingenui possono credere ancora nell’Amore. Perché l’Amore fa soffrire e consegna completamente alla cura e nelle mani dell’altro. Perché allora abbandonarsi all’Amore? Perché scegliere liberamente di dover soffrire, se si può essere soddisfatti dal piacere senza impegno? Temo che cominciamo tristemente a cogliere i frutti e gli effetti dannati di questo modo sciagurato di pensare. Tutto si può dire della nostra civiltà, che sia fondata sul progresso, sul benessere apparente, sulla ricchezza dei popoli e delle nazioni, sui capitali e sulla ricerca scientifica, persino sul silenzio omertoso dei mafiosi imprenditori che ormai hanno invaso il mondo politico e produttivo, spandendo come un cancro metastatizzato attorno a noi il loro veleno morale e materiale. Certo non si può parlare del nostro mondo occidentale come di una civiltà fondata sull’Amore. Non parlo di sesso o di pornografia. Che di quelli siamo ricoperti come melma fino ad esserne sommersi. Parlo della gioia del dono. Del piacere del dialogo e della condivisione fraterna. Della ricerca di confronto reale e significativo. Di abbattimento di steccati e di barriere politiche, religiose, ideologiche, etniche. Parlo del considerare l’altro un essere umano in senso proprio. Con sentimenti, emozioni, aspettative, gioie e dolori. Parlo del pianto dei bambini che nessuno ascolta più. Della solitudine dell’anziano che non si ha più la virilità di colmare. Del dolore dell’ handicappato che ognuno finge di non vedere. Dello strazio del malato terminale, concepito ormai solo ed esclusivamente come un fallimento della moderna ricerca medica. Della domanda di senso proveniente dalle nuove generazioni dei giovani, spesso condannata a rimanere inespressa o inascoltata. Delle legittime aspirazioni delle donne messe a tacere con i doveri e gli obblighi familiari. Dello smarrimento dell’uomo contemporaneo che ha perso di vista ogni riferimento vero e compiuto. Di un’umanità angosciata e sofferente che si droga per non sentire più il dolore di vivere. Di chi beve per dimenticare. Di quelli che hanno imparato a sparare perché gli è stato insegnato che il mondo non lo si può cambiare se non attraverso la rivoluzione cruenta e la morte dell’altro. Del nostro tempo che corre via veloce senza scampo. E della miseria di colui che non ne ha per donarne un po’ del suo a chi ha più bisogno. Di chi non sa cosa sia un sorriso, perché non lo dona e non lo riceve in cambio. Parlo di gesti omessi, di parole taciute, di sguardi persi nel vuoto per non incontrare negli occhi dell’altro la desolazione della propria vita ed il fantasma della personale solitudine. E poi mi riferisco ai politici, preoccupati di apparire, di non collezionare brutte figure in pubblico. Mentre i ragazzi di Napoli sono sommersi dai veleni dell’immondizia di tutto il nostro occidente di sviluppo e di progresso. Non ho più il coraggio di trovare parole per questa parodia di civiltà. Mentre sono certa che ci potrà salvare dalla dissoluzione solo uno sguardo più attento e decoroso all’uomo, e ai suoi propri bisogni. Ma è come costruire cattedrali nel deserto.
Articolo pubblicato su Pianeta Cultura, Anno IV, numero 1, Febbraio 2011, pag. 17

Il Dio di Nietzsche in Così parlò Zarathustra

 
 
 
Così parlò Zarathustra è un’opera di Nietzsche scritta tra il 1883 e il 1885, in cui il filosofo esprime la sua idea di superuomo come creatore di nuovi valori, e la concezione ciclica del tempo che è un eterno ritorno. Zarathustra è un profeta che ha vissuto in solitudine molti anni della sua esistenza, trascorrendo le sue giornate tra i monti. Decide di scendere a valle e di visitare la città. Ma resterà deluso dallo scalpore e dall’ipocrisia dei cittadini. Soprattutto, gli sarà estremamente difficile avere a che fare con la folla, curiosa e chiacchierona, ma anche incapace di stabilire relazioni di vero spessore umano. «Qui c’è la grande città: qui non hai nulla da cercare e tutto da perdere. Perché vuoi guardare questo fango? Abbi compassione per i tuoi piedi! Sputa piuttosto sulla porta della città e torna indietro! Questo è l’inferno per i pensieri solitari: qui i grandi pensieri vengono lessi vivi e cotti a pezzettini. Qui tutti i grandi sentimenti marciscono: qui possono fare rumore solo pensieri da poco, magri come un chiodo! Non senti già l’odore e dei macelli e delle trattorie dello spirito? Questa città non esala il miasma dello spirito macellato? Non vedi le anime pendere come stracci flosci e sporchi? E di quegli stracci ne fanno persino giornali! Non odi che lo spirito qui è diventato un gioco di parole? Vomita una ributtante sciacquatura di parole! Ed essi da questa sciacquatura di parole ne fanno persino giornali. Si incalzano a vicenda senza sapere verso dove muoversi. Si scaldano a vicenda senza sapere perché. Fanno un gran rumore con la loro latta, fanno risuonare il loro oro. Sono freddi e cercano calore nell’acquavite; sono accaldati e cercano refrigerio presso spiriti raggelati; sono tutti malati e intossicati di pubblica opinione. Tutti i piaceri e i vizi sono di casa qui; ma qui ci sono anche dei virtuosi, e c’è molta volenterosa virtù applicata: molta volenterosa virtù delle dita per scrivere e il sedere indurito dalla posizione presa nelle lunghe attese, benedetta da piccole croci sul petto e figlie imbottite e senza didietro. Qui c’è anche molta devozione e molta bassa ruffianeria credulona e adulazione dinanzi al dio degli eserciti. “Dall’alto” piovono le croci e la benigna saliva; verso l’alto aspira ogni petto senza croci. La luna ha la sua corte e la corte ha i suoi lunatici: tuttavia la folla di mendicanti, tutta la mendicante e volenterosa virtù prega tutto ciò che arriva dalla corte. “Io servo, tu servi, noi serviamo” così recita tutta l’abile servitù pregando il principe: che la meritata croce si appunti finalmente all’esile petto! Ma la luna ruota ancora attorno a tutto ciò che è terrestre; e così anche il principe ruota attorno a tutto ciò che c’è di più terrestre: l’oro dei mercanti. Il dio degli eserciti non è il dio dei lingotti d’oro; il principe propone, ma il mercante dispone! Per tutto ciò che in te è luminoso, e forte e buono, o Zarathustra! Sputa su questa città di mercanti e torna indietro! Qui tutto il sangue scorre marcio e tiepido e schiumoso in tutte le vene: sputa sulla grande città che è la grande fogna ove, riunita, tutta la feccia schiumeggia! Sputa sulla città delle anime schiacciate e degli esili petti, degli occhi aguzzi, delle dita appiccicose; sulla città degli invadenti, degli svergognati, degli scribacchini e degli strilloni, degli ambiziosi smaniosi: dove tutto il putrido, il fetido, l’osceno, l’oscuro, il frollo, l’ulceroso, il cospiratorio è venuto a marcire insieme. Sputa sulla grande città e torna indietro! ». Queste le parole che rivolge a Zarathustra il folle della città, descrivendo, con un linguaggio ancora assai attuale, il disagio della metropoli di tutti i tempi, rea di aver smarrito il piacere della riflessione, mescolando confusamente idee e opinioni in una sola ideologia dominante, buona per tutti, e perciò omologata ed omologante, spacciata come cultura di massa perché effettivamente vuota di contenuti originali e del tutto priva di critica lungimiranza. Zarathustra si deciderà così a ritornare sui monti, in solitudine, per pensare a rendere più forte quello spirito, ancora incapace di piegare gli animi dei cittadini alla sua volontà, perché ammalato e debole. Gli elementi di riflessione ruotano attorno alla necessità, per l’uomo, di farsi creatore di nuovi valori per una nuova morale. Ma i creatori sono spiriti liberi e forti, duri, che non si lasciano piegare da nulla, altrimenti si arrenderebbero al conformismo dei più. L’oltreuomo, il superuomo, è perciò questo ultimo uomo della creazione, che accetta l’evento della morte di Dio con la sua ineluttabilità, ma che non si arrende, e si risolve per un’altra morale, quella del signore, la morale aristocratica. La distruzione della metafisica passa anche attraverso una rinnovata filosofia della storia che, in Nietzsche, viene letta come un percorso circolare e ciclico, come già sosteneva Vico, che sottrae il tempo alla sua evoluzione lineare. La storia, così, non è più un progressivo dipanarsi di accadimenti che trovano una loro collocazione temporale tra il prima e il dopo Cristo, tipico della lettura cattolica. Il tempo è un circolo, che il nostro filosofo rappresenta bene attraverso la metafora del serpente che si morde la coda, al quale il superuomo stacca la testa, per spezzare il cerchio dell’eterno ritorno del sempre uguale. Ovviamente, in questa concezione del tempo, non vi è alcuna implicita speranza di reale progresso. La storia non rappresenta la vittoria dell’uomo sul tempo, mentre piuttosto ne sancisce la sconfitta. Anche per questo è necessario che l’uomo venga superato dall’oltreuomo, che si faccia creatore di nuovi valori. Perché tutto ciò che abbiamo, nel presente, è solo l’assenza di punti di riferimento, il nichilismo, e la morte. L’opera di Nietzsche è un’icona della modernità, e significa il profondo smarrimento dell’uomo di fronte alla presa d’atto dell’essere un soggetto responsabile di sé, primo protagonista degli eventi della storia. Ma vuole anche esplicare ancora, se mai ce ne fosse ulteriormente bisogno, il senso allegorico delle religioni, a cominciare da quella cristiano-cattolica che, come per Marx e Feuerbach, non è altro che un aggiuntivo strumento di alienazione dell’uomo da se stesso, dai suoi limiti e dalle sue imperfezioni. L’assenza di Dio fa tremare le vene e i polsi, perché è il venire meno di ogni residuo punto fermo, e vuol dire l’annullamento di tutte le certezze. Dunque all’uomo non restano che due possibilità: abbandonarsi alla disperazione del nichilismo, o cominciare a credere in se stesso, facendosi creatore di nuovi valori per una nuova morale. La morale della vita, del restare fedeli alla terra, della salute, della bellezza, della forza. La morale dei dispregiatori dei deboli che porgono l’altra guancia, rifiutandosi di lottare, e di combattere il nemico ad armi pari. «L’uomo è un fiume ben sporco. Bisogna essere un mare per poter accogliere un fiume sporco senza divenire impuri. Vedete, vi insegno il superuomo che è il mare in cui può inabissarsi il vostro grande disprezzo ». E ancora «L’uomo è una corda legata tra animale e superuomo, una corda tesa su un abisso ». Così Nietzsche descrive l’essere umano, come un ponte, un passaggio, un tramonto, come qualcosa che deve essere superato. I suoi simboli sono l’aquila e il serpente, per la fierezza e l’astuzia, virtù che dovrebbero tutti possedere e coltivare.
1)  F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Giunti Editore S.P.A., Milano 2006, pag 207-209.
Articolo pubblicato sulla rivista bimestrale Pianeta Cultura, anno IV, numero 1, Febbraio 2011, pag. 14 

Diego Fusaro a Foggia

 
Domani 6 giugno, alle ore 18, presso l’Auditorium della Biblioteca Provinciale di Foggia, Diego Fusaro, il filosofo torinese studioso di Marx, parlerà al pubblico del suo ultimo libro Essere senza Tempo.

Counseling, nuove frontiere filosofiche

 
 
La scienza filosofica, anticamente ritenuta la summa del sapere, si è, nel tempo, specializzata in vari settori di studio, proprio come le discipline umanistiche nate dal suo ambito. Oggi, la riflessione sul pensiero umano investe campi diversissimi, quali la gnoseologia, la metafisica, la politica, l’etica, l’economia, la religione, l’educazione, l’urbanistica, la scienza, la sociologia, la psicologia, la storia, la demografia, la medicina, la matematica. Non esiste più una filosofia, ma ci sono le filosofie. Uno dei settori più innovativi di ricerca è quello del counseling, che si avvale di figure specialistiche di riferimento (generalmente laureati in filosofia che hanno fatto corsi di specializzazione alla professione di counselor). Si orientano al couseling tutte quelle persone che, non avendo specifici disturbi del comportamento, e non avendo necessità di un sostegno farmacologico, possono fare a meno sia dello psicologo che dello psichiatra. La terapia del counseling è, difatti, di tipo dialogico, ed è fondata sul colloquio clinico di tipo maieutico socratico. Il presupposto è che tutte le forme di disagio psichico, dal semplice malessere passeggero fino alla tristezza profonda delle depressioni, dipendano dalla solitudine e dall’isolamento dei soggetti, che non hanno nessuno con cui parlare e confrontarsi serenamente attraverso il dialogo intersoggettivo. 

Se questa è una città

 
Così appare in una foto l’immagine di uno dei tanti luoghi che ormai significano la nostra città di Foggia. Cosa ne pensate in merito alle sue non poche disfunzioni? Come dovrebbe essere una città degna di questo nome?

Le categorie della politica negli scritti di Simone Weil

 
 
Simone Weil
 
Il 10 Maggio si chiudono i seminari di filosofia e politica organizzati dal Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo scientifico G. Marconi, con l’ultima relazione della prof.ssa Teresa Natale che parlerà al pubblico presente nell’Aula Magna della facoltà di Economia di Foggia degli scritti politici di Simone Weil. Appuntamento, perciò, domani alle ore 16 in Via Caggese. E buona filosofia a tutti.  

Nietzsche e Hitler a confronto per i seminari di Filosofia e Politica

 Nietzsche

Per il quarto incontro del ciclo di seminari di Filosofia e Politica, organizzati dal Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo Scientifico G. Marconi di Foggia, Mercoledì prossimo parlerà al pubblico degli studenti e alla cittadinanza tutta il prof. Giacomo Tortorella, già Preside del Liceo Carolina Poerio di Foggia, sul tema "La filosofia del superuomo di Nietzsche e il suo influsso sulle ideologie nazifasciste del Novecento". L’evento avrà luogo alle ore 16, presso l’Aula Magna della Facoltà di Economia, in Via Caggese a Foggia. Le autorità cittadine e gli organi di stampa sono invitati a partecipare.

Comunicato stampa del Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo scientifico G. Marconi di Foggia

Progetto Filosofia e Politica

 

Si comunica che gli incontri relativi al progetto Filosofia e Politica, realizzato e coordinato dal Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo Scientifico G. Marconi di Foggia, proseguiranno nell’Aula Magna della Facoltà di Economia, in Via Caggese a Foggia, il 31 Marzo dalle ore 16 alle 18, quando la prof.ssa Antonietta Pistone parlerà della Politica di Aristotele; gli eventi proseguiranno, nella stessa sede e alla medesima ora, con gli appuntamenti del 6 Aprile e del 10 Maggio, dei professori Giacomo Tortorella e Teresa Natale che tratteranno rispettivamente dell’idea di stato nei filosofi Nietzsche e Weil. 

Comunicato stampa del Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo scientifico G. Marconi di Foggia

Seminario di Filosofia e Politica

Il terzo appuntamento con gli incontri di filosofia e politica del liceo scientifico G. Marconi di Foggia, durante il quale avrei dovuto discutere su la Politica di Aristotele, previsto per il 22 Marzo, alle ore 17, presso il Palazzetto dell’Arte di Via Galliani, è rimandato in data e sede da destinarsi. Ulteriori comunicazioni saranno diramate nei prossimi giorni a mezzo stampa.

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