Autoritarismo, la nuova anima della democrazia

Assistiamo tutti, più o meno impotenti, alle derive della nostra realtà, pericolosamente orientata verso l’autoritarismo, sia politicamente che sul versante educativo. Si muove dalla presa d’atto della irreversibile caduta dei valori, della perdita di orientamento spazio-temporale, che ci impedisce di capire chi siamo e dove andiamo. E, forse, non siamo neanche più capaci di distinguere da dove veniamo, quando la pretesa di rispondere a questa assai legittima domanda sconfina oltre gli orizzonti della umana storicità, per farsi dirompente interrogativo dell’ignoto. Perché le risposte religiose o metafisiche diventano troppo impegnative per l’umana fragilità, paga, anche se costantemente malinconica, nella sua precarietà transeunte. L’argine al disordine scomposto dell’interrogarsi senza certezze pare trovi una sua appagante fine nella costruzione di quei noiosissimi paletti che la ragione non possiede, ma di cui non sa fare a meno, per non impazzire. Ed ecco che, se la democrazia non funziona, in politica come in pedagogia, bisogna ritornare evidentemente ad un mondo di classificazioni, dove tutto, ruoli e posizioni, sia perfettamente gerarchico, nella sua monotona e aberrante logicità ripetitiva e burocratica. Ciò è piuttosto rassicurante, ovviamente. Ma ci si accorge presto che non basta. Che gli interrogativi più profondi continuano a restare senza risposte vere. Che il rispetto per l’altro prescinde dalla sua posizione sociale, dal suo ruolo, dalle sue competenze specialistiche o professionali. E che l’uomo pretende di essere molto più che un burattino che recita bene la sua parte sul palcoscenico del teatro del mondo. Ci si rende conto, poco alla volta, che quanto più si tenta di imporre, eteronomamente, una morale pedagogica, proprio come un orientamento politico, si fa il vuoto attorno e dentro. E pare sempre più discendente la parabola verso il basso. Succede allora che, in barba a tutti i ruoli gerarchici, i più piccoli si fanno beffa degli adulti; i sottoposti si ribellano ai loro padroni; gli inservienti ai signori; mentre gli infimi sovvertono le gerarchie degli eccelsi. Allora, pur di ripristinare l’ordine costituito, indiscutibile per la società che si riconosca in un suo corrispettivo che sia stato sovvertito, l’autoritarismo cresce di misura imponendosi con sempre maggiore violenza. Una violenza che diventa connaturata al sistema. Perché il sistema stesso è violento, non avendo altra strada per imporre se stesso e continuare a perpetuarsi nel tempo, che l’esercizio della forza, del potere, del fascismo. Bisogna stare attenti. Perché se la storia è fatta dalle masse, come ci ricorda Marx, è anche vero che un potere illimitato al popolo costruisce una rinnovata forma di dittatura che, sconvolgendo l’ordine preesistente, e mettendolo in discussione dal basso, crea una imposizione del partito, della cultura, dell’educazione, altrettanto pericolosa e temibile quanto il potere che discende dai vertici della gerarchia sociale. E quando una classe sociale si trovi a poter recriminare un ruolo o una posizione all’altra che le è gerarchicamente superiore, si può dire definitivamente addìo a quella parvenza di democrazia che in precedenza aveva costituito per tutti l’illusione di un potere equamente gestibile e condivisibile. Eppure, l’abolizione dei ruoli sociali sfocia in anarchìa, che è l’altra parte della stessa medaglia dell’ingovernabilità di un paese. Sembra strano osservare quanto l’educazione e la politica divengano espressioni parallele e simili dello stesso sistema. E come insieme siano capaci di riflettere, sotto due aspetti differenti, almeno in superficie, anime della medesima realtà. Si fa presto ad osservare come sia facile che un sistema politico degenerato produca anche un simulacro di educazione. Mentre le agenzie del territorio hanno, nel frattempo, già abbandonato del tutto, o quasi, ogni aspirazione possibile a collaborare con il sistema politico nella gestione delle emergenze o dell’ordinaria amministrazione formativa. In una realtà politica costituita da un paese governato ormai da un sistema che è poco più che uno spettro della vera democrazia, quale è ormai oggi il nostro, è inevitabile che ne risenta, sin dalle fondamenta, anche il sistema educativo che, nell’impossibilità oggettiva di imporsi all’attenzione delle nuove generazioni attraverso programmi intelligenti e culturali in senso forte, finisca per adagiarsi su un sentimento di nostalgico ripensamento del passato, nel quale si continua a rimestare con risentimento crescente. Mentre gli adulti, impotenti davanti alle aspettative dei giovani, non hanno altri mezzi per imporsi loro che quelli della violenza pedagogica, riscoperta come nuovo autoritarismo. Guardiamo con sospetto a questa realtà, che si incammina pericolosamente verso il crollo delle migliori democrazie occidentali. Che si chiude sempre di più su se stessa, incapace di aprirsi a respiro sull’orizzonte dell’avvenire. E che, ripiegandosi all’indietro, mura gli orizzonti del progresso umano, possibile solo nel dialogo interculturale, nell’apertura al diverso, all’altro, per incontrare il quale si deve essere disposti, dolorosamente, a volte, faticosamente, sempre, a rivedere i propri obiettivi, anche se tutto questo implica l’abbandono di posizioni comode, di autolegittimazione e di tronfia esaultanza, sulle quali purtroppo l’occidente, e di più l’Italia, pare si siano tristemente seduti, recentemente, in attesa degli eventi. 

(anteprima di stampa) 

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